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Immagine che raffigura uno sportivo con social media

Social media e sport: vivere lo sport sotto lo sguardo altrui

Condividere allenamenti e risultati sui social ha trasformato il modo di vivere lo sport amatoriale. Il confronto continuo può ispirare o scoraggiare, a seconda della percezione che abbiamo di noi stessi. La psicoterapeuta Veronica Caragnini analizza il confronto sociale, il potere della rappresentazione e l’importanza di tornare ad ascoltarsi.

La performance come contenuto da condividere

Negli ultimi anni sono sempre di più le persone che pubblicano sui social la propria attività sportiva. Tempi, percorsi, allenamenti, traguardi. Lo sport amatoriale ha trovato in queste piattaforme uno spazio enorme di espressione e ispirazione, ma anche un terreno nuovo di confronto: costante, immediato, pubblico.


Quello che succede nella mente di chi si allena, quando questo confronto diventa centrale, merita attenzione.


Le polarizzazioni, su questo tema, non aiutano: né il “si stava meglio prima”, né l’idealizzazione dei social. Proviamo a costruire una riflessione più ampia e più sfumata della questione.

Perché confrontarsi è naturale

L’essere umano è, per definizione, un essere sociale. Tende, per natura, a stare in relazione e a utilizzare l’Altro come modello di riferimento e di confronto.


E mai come oggi questo confronto è a portata di mano, anche nello sport amatoriale: aprire l’app dopo l’allenamento e sapere in pochi secondi com’è andata rispetto a tutte le altre persone è diventato normale, quasi automatico.


Il confronto, di per sé, non è negativo, a patto che non minacci la propria validazione e il proprio senso di valore interno.


L’impatto dei social media, infatti, dipende moltissimo dalla motivazione individuale e dall’idea che la persona ha di sé. Chi ha una buona autostima e una solida motivazione intrinseca usa i social come strumento. Chi invece dipende dalla validazione esterna, finisce per diventarne ostaggio.

Quando il confronto smette di essere utile

Hai mai chiuso un social sentendoti peggio di quando l’avevi aperto? Posti il tuo tempo, content*. Poi scorri, e ne trovi dieci migliori del tuo. E quel po’ di soddisfazione si spegne.


Purtroppo, i social media, per come sono pensati e strutturati, fomentano gli aspetti narcisistici e favoriscono la creazione di un clima performativo, indipendentemente dalle intenzioni di chi veicola certi contenuti.


In questo scenario, quando l’esposizione social diventa centrale alla pratica sportiva, il focus si sposta da “come funziono io?” a “come sono rispetto agli altri?”.


L’atleta smette di usare come riferimento i propri segnali interni. Inizia a misurarsi su uno standard costruito dall’esterno, spesso irrealistico e decontestualizzato. Questo crea un paradosso: più si cerca conferma esterna, meno si è in contatto con le proprie risorse reali.


Il confronto sociale, inoltre, tende strutturalmente verso l’alto: si guarda chi ha di più e chi fa di più. Nello sport, chi è più veloce e chi performa meglio.


Guardare verso l’alto solleva il tema della distanza tra chi sono ora e chi mi piacerebbe essere, la mia versione più vincente. Questa discrepanza viene spesso vissuta come giudizio e produce un senso di inadeguatezza che fa soffrire e che può limitare.


Raramente ci si sofferma a pensare a chi sta “dietro”. E, anche quando lo si fa, non produce lo stesso effetto emotivo. Il sollievo del confronto verso il basso è effimero. La frustrazione che deriva dal confronto verso l’alto è ingombrante e, talvolta, paralizzante.

IL PUNTO CHIAVE

Più sposti il metro fuori di te, nella validazione degli altri o nel confronto con chi è più avanti, meno resti in contatto con le tue risorse reali. È lì che il confronto smette di aiutarti.

L’Altro come specchio del proprio potenziale

Quel confronto che ti fa sentire indietro, però, può anche spingerti avanti.


È possibile trasformarlo in un’informazione, in una direzione, in uno stimolo, in un desiderio autentico. Il modo in cui ci parliamo fa la differenza: riuscire a rinarrare la mancanza e interpretarla come un margine di miglioramento.


L’esposizione alle performance di altre persone può aiutarti a costruire una nuova idea di te, un nuovo immaginario di te come atleta. Vedere qualcuno compiere qualcosa che non avevi mai immaginato realizzabile allarga lo spazio del sé possibile.


L’Altro può diventare uno specchio del proprio potenziale. L’obiettivo non è diventare l’Altro. È prendere ispirazione, usare ciò che si vede come lente per scoprire qualcosa di inedito in sé.

Il potere della rappresentazione

Prima di poter fare qualcosa, bisogna poterlo rappresentare. Non si può diventare ciò che non si riesce a immaginare. Possiamo definire questo meccanismo come “il potere della rappresentazione”.


Le rappresentazioni mentali di ciò che potremmo diventare funzionano come forza motivazionale orientata al futuro.


Un atleta che non ha mai costruito un’immagine di sé capace di certi livelli di prestazione può autolimitarsi. Non per mancanza di talento, ma per l’assenza di un immaginario interno verso cui tendere.


Il limite, perciò, non è più nel corpo, bensì nella rappresentazione. E quella rappresentazione non sempre la scegliamo: a volte la costruiamo, a volte la subiamo, anche per effetto di ciò che vediamo nelle altre persone.


Pensiamo al recente caso di Rachel Entrekin. Il 6 maggio 2026 ha vinto la Cocodona 250, una delle ultramaratone più dure del Nord America: 253 miglia nel deserto dell’Arizona, quasi 12.000 metri di dislivello. Lo ha fatto con un tempo record di 56 ore, 9 minuti e 48 secondi, diventando la prima donna nella storia della gara a vincere in assoluto, uomini inclusi.


Ma il dato più interessante non è il tempo. È il percorso. Nel 2024, alla sua prima Cocodona, Entrekin aveva chiuso undicesima nella classifica generale. Due anni dopo ha vinto davanti a tutti, con oltre diciassette ore di margine sul suo tempo di allora. E quando nella parte finale la fatica si è fatta sentire, ha raccontato di essersi aggrappata a un mantra ripetuto a sé stessa: “perché non io?”. È il permesso di considerarsi all’altezza di un traguardo che sembrava riservato ad altri. Sentire di meritare quel risultato, prima ancora di raggiungerlo.


Un risultato così ridefinisce il confine tra possibile e impossibile. E allarga lo spazio di ciò che, guardandola, riusciamo a immaginare per noi.

IL PUNTO CHIAVE

Nessuno raggiunge un traguardo senza essersi prima concess* di immaginarlo possibile per sé.

L’autoascolto come bussola: quando spingere, quando fermarsi

Il corpo parla sempre. Il problema è che non sempre lo ascoltiamo.


Autorizzarsi a sognare in grande non significa ignorare i propri segnali. Anzi: è proprio l’ascolto del corpo a dirti quando puoi spingere e quando è meglio fermarti.


Non si conosce il proprio limite senza avvicinarsi. E avvicinarsi significa procedere nell’incertezza, restando in ascolto dei segnali del corpo e della mente.


Solo chi è in contatto autentico con sé può spingersi fino a intravedere il proprio limite. Ed è la stessa persona che sa riconoscere quando fermarsi.


Questo è l’automonitoraggio interno: non sorveglianza o giudizio, ma ascolto, contatto, esplorazione.

IL PUNTO CHIAVE

Conoscere il proprio limite non significa solo sapere fin dove spingersi. Significa anche riconoscere quando fermarsi.

Conoscenza a portata di mano e sovraccarico informativo

Oggi un piano di allenamento, una dieta o un consiglio sul recupero sono a un clic di distanza. Gratis, infiniti, immediati.


I social, insieme all’uso ormai diffuso dell’intelligenza artificiale, hanno reso accessibili a chiunque nozioni importanti: alimentazione, idratazione, reintegro, allenamento, recupero, riposo.


Prima i contenuti di qualità passavano quasi solo attraverso staff tecnici professionali, una risorsa che la maggior parte di chi praticava sport a livello amatoriale non aveva. I social hanno abbattuto quella barriera.


Ora, la stessa accessibilità che democratizza la conoscenza produce anche sovraccarico informativo e contenuti non filtrati: piani di allenamento non personalizzati, integratori assunti senza supervisione, volumi di lavoro inadeguati.


I social hanno restituito all’atleta amatoriale il diritto alla conoscenza, ma poi hanno lasciato queste persone sole a destreggiarsi tra informazioni non filtrate. Ecco perché è importante valutare le fonti e selezionare contenuti di qualità.

Tornare ad ascoltarsi

Una parte dello sport resta fuori dalla narrazione social: non genera contenuto, non si presta al confronto, non produce immagini condivisibili. Eppure, è proprio questa dimensione, spesso invisibile dall’esterno, a costituire molto di ciò che lo sport ci restituisce in termini di qualità della vita.


Sentirsi più rilassati alla fine della giornata. Riconoscere di aver scaricato lo stress. Dormire meglio. Percepire il corpo che si muove con fluidità, che chiede e che risponde. Riconoscere il momento in cui è necessario fermarsi, prima che sia il corpo a imporlo.


Sono effetti reali e profondi, anche se non stanno dentro una metrica da condividere.


Ed è qui che torna l’automonitoraggio interno: l’ascolto del corpo e della mente è una competenza sportiva, allenabile come la resistenza o la forza.

Veronica Caragnini


Veronica Caragnini è psicologa e psicoterapeuta.


Laureata nel 2012, esercita la professione educativa e psicologica dal 2014. Iscritta alla sezione A dell'Albo degli Psicologi della Lombardia dal marzo 2015, ha conseguito il diploma di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica nel giugno 2020.


Amante della montagna e appassionata di sport, pratica ciclismo, trail running e nuoto. La sua esperienza personale come atleta amatoriale le permette di comprendere in profondità le dinamiche psicologiche legate all'allenamento, alla motivazione e alla relazione tra corpo e mente nell’attività sportiva.


Grande lettrice, soprattutto di saggistica, ama scrivere di tematiche attuali e salute mentale, portando uno sguardo psicologico su fenomeni quotidiani e comportamentali che attraversano la vita di tutt* noi.