Veronica Caragnini, psicologa e psicoterapeuta del team 3Power Sport, racconta in prima persona la KAI70K dell'Ultra Trail Monte Fuji: 70 km e 3.400 metri di dislivello corsi il 25 aprile 2026 in Giappone. Dalla genesi del progetto nato a Tenerife dopo una Blue Trail, alla preparazione invernale che ha imposto di rivedere i piani originari, fino alla gara: i primi 40 km tra bosco e frontali, il muro di roccia al km 50 che cambia la faccia della corsa, la resistenza fino al traguardo. Una cronaca onesta di cosa significa davvero affrontare un'ultra trail di 70 km dall'altra parte del mondo.
Indice
Diario della KAI70K: la voce di Veronica
70 km, 3.400 metri di dislivello, 16 ore di gara sul Monte Fuji. Veronica Caragnini, psicologa e psicoterapeuta, ha corso la KAI70K dell'Ultra Trail Monte Fuji il 25 aprile 2026. Quello che segue è il suo racconto, dal primo passo al traguardo.
Ultra Trail Monte Fuji: dall’idea di partecipare al sorteggio
Se chiedete a qualsiasi trail runner (o forse banalmente a qualsiasi atleta di endurance) vi dirà che, nella quasi totalità dei casi, le gare si organizzano al termine di un'altra.
L'adrenalina dell'avventura appena conclusa, la soddisfazione (talvolta anche la delusione, sia chiaro) del risultato, la bellezza del contesto di festa e le persone estranee e amiche con cui si è condivisa l'esperienza, non so come ma, rappresentano gli ingredienti perfetti per decidere l'obiettivo successivo.
E proprio a Tenerife, davanti a un paio di birre, dopo 47 km di Blue Trail, ha origine il progetto Mt. Fuji. In quell'occasione, quattro teste stanche e quattro cuori pieni si promettono di tentare il sorteggio per l'edizione 2026 (sorteggio perché, come spesso accade, le richieste superano di gran lunga il numero di partecipanti consentito).
Quella sera canaria si conclude con una promessa "o ci prendono tutti e quattro o non ci va nessuno". E se sono qui a scrivere, beh, potete immaginare come sia andata.
Con Chiara (amica e compagna di fatiche) scelgo il percorso da 70 km, ché dai, mica si va dall'altra parte del mondo a fare 40 km (cit.).
Dopo mesi di attesa e di una radicata convinzione che non ci avrebbero selezionati (le statistiche delle edizioni precedenti non tifavano per il successo di quattro italiani), a novembre, una mail ufficiale distrugge le nostre certezze: in quella mattina invernale, ciò che era solo un sogno remoto si trasforma in un progetto reale.
Ora lo posso confessare, in quell'istante, più della felicità è arrivata la paura. Sì certo, da una parte l'emozione del sorteggio, dall'altra, però, il terrore di un proposito così grande e così difficile.
Una distanza mai provata: 70 km.
Con un discreto dislivello: 3400 d+.
A inizio stagione: aprile.
In territorio totalmente sconosciuto: il Giappone e il suo iconico monte.
Preparazione della gara: quando il corpo ti obbliga a rivedere i piani
Dopo l'esito positivo racchiuso in quella mail, si apre ufficialmente la preparazione: non facile considerando la portata della distanza e il fatto che, si sa, l'inverno è una stagione parecchio ostica. Il freddo che penetra nelle ossa e nelle tempie, la luce timida che si presenta tardi e se ne va presto, il corpo che supplica il letargo, la motivazione che vacilla.
I miei mesi di allenamento sono stati incostanti, partita con le migliori intenzioni, il mio corpo mi ha obbligata a rivedere i piani originari: le mie gambe, infatti, mi hanno chiesto tutela, imponendomi di correre meno.
Le ho ascoltate (non potevo fare altrimenti) diminuendo le sessioni di corsa e aggiungendo più km sui rulli, più vasche di nuoto e più workout. E poi ho sperato e pregato bastasse.
A marzo il test della forma fisica al trail del Marchesato in Liguria è stato discretamente superato. L'ostilità dei sentieri e il tecnicismo delle montagne liguri sono stati un banco di prova importante, un modo per testare sì le gambe, ma soprattutto la testa (PS: Liguria ti amo anche se mi fai soffrire).
Insomma, Chiara ed io avevamo fatto il possibile e eravamo pronte a partire.
Giappone ci siamo!
I primi 40 km della KAI70K: bosco, tramonto e ristori giapponesi
Il 25 aprile 2026 alle ore 14:00 il percorso KAI70k dell'Ultra Trail del Monte Fuji ha inizio.
L'assolo di chitarra elettrica di uno degli organizzatori ci accompagna sotto l'arco di partenza e sancisce l'origine dell'avventura giapponese.
I primi km procedono bene, un piccolo ingorgo in prossimità della salita 1 di 13 (come mi ricorda implacabilmente il mio Suunto), ovvero nel punto in cui la strada asfaltata si tramuta in single track, ci obbliga a rallentare, ma questo ci permette di entrare in relazione col bosco. Ordinatamente ci allineiamo e procediamo un passo alla volta, uno dopo l'altra, nel rispetto dei ritmi personali e della morfologia del territorio (piccola nota: in Giappone è vietato superare, a meno che non ci sia sufficiente spazio per farlo in sicurezza e solo a patto che non arrechi danno a chi sta di fronte).
Dopo quattro ore, intorno alle 18:00, giunge il tramonto e un fiume di frontali si accendono. Chi non hai mai corso di notte non credo possa immaginare la possenza di quel momento, quel passaggio tra luce e buio che si traduce in un rituale collettivo di rispetto per la natura e di rigorosa tutela di sé e dell'Altro.
Ché, con la montagna e con la notte non si scherza: i passi vanno calibrati con maggior cura e l'attenzione deve rimanere alta.
Al ristoro del quarantesimo chilometro, stiamo bene, facciamo rifornimento di acqua e sali, ci scaldiamo lo stomaco con un'ottima zuppa di miso e ripartiamo. Lo spirito è alto, il corpo regge, stiamo procedendo con un'ora e 50 minuti di anticipo rispetto al PacePro impostato sulle 16 ore totali di gara (scelta conservativa fatta tenendo in considerazione la lunga distanza, le incognite territoriali e il buio).
Il ristoro successivo è situato dopo soli 11,5 km e 1000 di D+ e 1000 di d-, e ripartiamo cariche calcolando di impiegare, al più, due ore e mezza di tempo. Ma, si sa, le cose non vanno quasi mai come da programma.
Il muro di roccia al km 50: la KAI70K cambia faccia
Dopo poco dalla ripartenza, infatti, un muro verticale di rocce si palesa in tutta la sua brutalità, impone una modalità arrampicata (lenta per definizione) che provoca forti ritardi e crea una lunga fila che interrompe il flusso umano.
Restiamo in attesa di affrontare quella salita maledetta per 1 ora e 45 minuti, patendo il freddo pungente e facendo i conti con la frustrazione dell'impotenza.
Terminata la scalata, la discesa è, per quanto possibile, pure più infame: 1000 mt, altrettanto verticali, di fango scivoloso e di tratti tecnici da affrontare tutti senza bastoncini (vietati dal regolamento).
Quegli 11,5 km si rivelano un vero incubo, sollecitanti da un punto di vista fisico e sfidanti sul piano mentale.
Chiara ed io ci teniamo compagnia, proviamo a recuperare il buonumore e a superare quel momento di difficoltà, ma, insomma, non è facile.
Fortuna che l'ultimo ristoro arriva e con esso la consapevolezza che la fine può essere alla nostra portata: mancano venti chilometri, pochi rispetto a quanto già fatto, ancora troppi rispetto al mood di quel momento.
Davanti a un piatto di noodles bollenti sappiamo entrambe che è solo questione di tenere duro, di chiedere alla testa di essere collaborativa e al corpo di tollerare il dolore.
E lo facciamo: resistiamo e continuiamo.
Verso l'alba di un nuovo giorno.
Sotto il sole che si fa palla infuocata e la natura ci schiaccia sotto la sua potenza sublime, inizia il nostro personale countdown.
Proseguiamo costanti.
Un respiro dopo l'altro.
Un passo dopo l'altro.
Fino a quando il rimbombo della voce dello speaker si fa udibile. Fino a quando non si intravede, a distanza, l'arco della fine. Fino a quando realizziamo che i chilometri sono ormai pochi metri.
Lì sappiamo di avercela fatta.
Gli ultimi metri, esattamente come i primi, li corriamo forti. Poi, ridiamo. Piangiamo. Ci abbracciamo. Piangiamo di nuovo. Ci teniamo per mano fino al traguardo.
È un tripudio di sensazioni.
È un vortice di emozioni.
È tutto bellissimo ed è tutto nostro.
Cosa mi porto a casa dall'Ultra Trail Monte Fuji
Col viso stanco, il corpo segnato e il cuore pieno sono onorata e grata del privilegio di essere lì.
Ci godiamo lo scroscio di applausi che ci traghetta verso la fine e l'amore del popolo giapponese che ci ha sostenute dolcissimamente e costantemente durante questo interminabile viaggio.
Grazie Giappone.
Mt. Fuji KAI70K: l'impresa che pareva infattibile, si è rivelata, alla fine, possibile.
Viva le avventure folli, l'amicizia e le montagne. Sempre e per sempre.
Per contenuti su gare, recupero e allenamenti, seguici su Instagram @3powersport.